“Pace di tutti i colori”, ep.8 – Il repertorio: “La maza”, “La cattiva strada”

Gli ultimi due brani della rassegna escono dalla flusso dei racconti di guerra. Ho pensato che a conclusione di questo breve percorso ci potessero stare due stimoli diversi: uno che richiami alla necessità di far esistere dei cantieri creativi, luoghi di vita e di fermento, luoghi in cui gli ideali non siano traditi appena si resta abbagliati dalla possibilità di esercitare un potere sugli altri, luoghi che possano essere raccontati attraverso la musica e le altre forme d’arte, oggetto di un repertorio nuovo, fresco, rivoluzionario. L’altro che richiami alla ricerca instancabile e coraggiosa di strade non convenzionali, controcorrente, non asservite al “buon senso”: strade “cattive” per il sentire comune, ma le uniche che possano aprire ad orizzonti nuovi.

La scelta è così ricaduta su “La maza” di Silvio Rodriguez e la “Cattiva strada” di Fabrizio De Andrè con la quale vorrei chiudere la serata.

LA MAZA – Silvio Rodriguez

Chi mi conosce sa che sono innamorato della musica di tutto il Sud America. Dal Brasile al Messico passando per Cuba, il Sud America è un enorme cantiere musicale (e sociale… e culturale! Altrove ho già citato la mia passione per Paulo Freire, ma potrei citare anche Neruda, Galeano, Sepulveda, Boal…): la musica degli altopiani, il tropicalismo, il son, la Nueva Cancion Chilena, il samba, Victor Jara, Mercedes Sosa, Milton Nascimento, per elencare solo i primi “ingredienti” che mi vengono in mente. Il Sud America appare ai miei occhi come un gioiello dalle infinite sfaccettature nel quale non si riesce a percepire bene dove inizi una faccia e finisca l’altra. Contaminazioni culturali e attivismo sociale in questa area geografica hanno dato vita a innumerevoli movimenti e generi, tanti dei quali sfuggono alle  nostre manie classificatorie. Condizioni generate, penso, da una terra dalle multiformi condizioni climatiche e geografiche, in continuo mutamento, in cui convivono indigeni, i figli di antichi deportati e degli schiavisti, missionari, gli sfruttatori di ieri e di oggi, avventurieri, gente di passaggio. Gli stessi artisti hanno spesso virato sia musicalmente che culturalmente (è possibile poi scindere le due cose?) cercando nuove risposte ad una ricerca che era anzittutto esistenziale prima ancora che di etichetta o di calcolo commerciale. Questi e tanti altri motivi, più personali, ne fanno un contesto estremamente interessante a mio parere. 

Di certo in questa area della terra è successo che la musica e l’arte in genere hanno trovato autori in cui l’appartenenza socio-culturale e l’identità musicale-artistica hanno dato vita ad espressioni originalissime e potenti. Non sarà una musica che potrà cambiare il mondo, ma una musica può trasmettere gioia, infondere coraggio, lenire il dolore, rinforzare i legami di un gruppo, esprimere coesione, pungere il potere. Soprattutto una musica “suona” diversamente se chi ne è l’autore è disposto a pagare di persona quando con la sua arte ha infastidito il potente di turno: penso a Victor Jara così a come tanti  altri artisti uccisi, imprigionati o esiliati nel secolo appena passato.

A lungo ho pensato a quale brano dell’area latino-americana proporre in questa rassegna di canti per la pace. Non è stato per niente facile. Dapprima mi ero orientato a Manifesto del grande Victor Jara , che nel link propongo in una versione di Pedro Aznar, spinto dall’idea che il cantautore cileno sia stato uno  di quelli che si è sempre buttato nel confronto politico anche con toni duri e decisi nei confronti di chi vessava il popolo, in particolare i più deboli, ma senza mai ipotizzare l’eliminazione fisica dei suoi avversari. Non so se si sia mai definito “non violento”, ma nei fatti, per quello che so, ne è stato un meraviglioso esempio. Si è esposto fino a morire per la sue idee di giustizia e di pace, cantandole fino alla fine, accettando di stare con i deboli e gli indifesi, travolto dalla brutalità del golpe cileno del 1973. La sua musica faceva così tanto paura ai golpisti che ordinarono non solo la distruzione delle copie dei dischi di Jara, ma anche quella delle matrici.

C’è però da molto tempo un altro brano che mi “ronza” in testa. L’ho conosciuto frequentando la discografia di Mercedes Sosa. Il suo titolo è “La maza”, “Il piccone”, di Silvio Rodriguez. Non so spiegare per quale motivo mi sia orientato a questo brano. Forse è per la suo ritmo incisivo, incalzante, sottolineato dalle terzine eseguite con la tecnica del rasgueado sulla chitarra. Forse perchè, essendo molto emotivo quando mi esibisco, ho paura di non riuscire ad eseguire Manifesto bene, con tutto quel carico di emozioni che mi si addensa nella pancia quando penso alla figura di Victor Jara. Sento che l’appuntamento con il brano di Victor Jara è solo rimandato. Oggi proviamo con “La maza”. Lo presento citando per intero quanto un autore del sito antiwarsongs.org scrive in merito ad esso

Silvio Rodríguez è fondatore insieme a Pablo Milanés e Noel Nicola della “Nueva Trova Cubana” ovvero canzone nuova dove l’impegno politico-sociale traspare nella musica che diventa protesta, ma allo stesso tempo musica colta, dolce, passionale, politica, romantica, popolare ed essenzialmente acustica.

“La maza” non è soltanto una bellissima canzone, ha diverse chiavi di lettura tra cui ovviamente una politica.

C’è chi dice che sia un canto popolare, un inno rivoluzionario, un canto di speranza, un invito alla tolleranza e alla lotta per l’uguaglianza sociale…a me piace pensare che sia una profonda riflessione sul senso della vita, su ciò che siamo in base alle cose a cui crediamo o amiamo e ai nostri ideali.

MAZA, in spagnolo, significa martello, clava, piccone. Secondo Silvio “la cantera” è il posto da dove si estraggono “los cantos” cioè le pietre e “la maza” lo strumento con cui vengono lavorate.

La metafora “qué cosa fuera la maza sin cantera” si riferisce al fatto che lui, in quanto strumento, non è niente senza un cantiere pieno di idee, di esperienze vissute da cui trarre lo spunto per scrivere le sue canzoni.

Un altro significato riguarda “la maza” intesa come martello, simbolo politico del movimento operaio poi divenuto emblema del partito comunista e “la cantera” come realtà del popolo cubano.

Per Ernesto Che Guevara era molto importante che i leader della rivoluzione capissero le sofferenze del popolo che rappresentavano ed è per questo che li faceva lavorare nei campi e nelle piantagioni di zucchero. In questo caso questa metafora potrebbe significare che se i leader della rivoluzione cubana si allontanassero dalla sofferenza del popolo (la cantera) lo tradirebbero ed il simbolo della rivoluzione (la maza) perderebbe valore e significato.

“Un testaferro del traidor de los aplausos” significa: sarei un rappresentante del traditore degli applausi inteso come uno che fa le cose senza metterci passione, per il solo motivo di essere adulato, oppure un dirigente o leader politico che tradisce il popolo che lo applaude.

“Un servidor de pasado en copa nueva” potrebbe riferirsi al fatto che nulla è cambiato dai tempi della rivoluzione, il popolo continua ad essere oppresso non dalla dittatura di Batista ma dagli stessi rivoluzionari.

Io, come Silvio, credo nelle persone che lottano, nei miei valori e nei miei ideali e nel mio piccolo cerco sempre di contribuire a questa causa, in questo caso con questa canzone.

Marcia

Questa è la versione di Mercedes Sosa che ha interpretato con Shakira

Mentre questa è una delle tante di Silvio Rodriguez, quella registrata in studio

 

LA MAZA

 

Si no creyera en la locura

de la garganta del sinsonte

si no creyera que en el monte

se esconde el trino y la pavura

 

Si no creyera en la balanza

en la razón del equilibrio

si no creyera en el delirio

si no creyera en la esperanza.

 

Si no creyera en lo que agencio

si no creyera en mi camino

so no creyera en mi sonido

si no creyera en mi silencio.

 

Qué cosa fuera, que cosa fuera

la maza sin cantera.

Un amasijo hecho de cuerdas y tendones

un revoltijo de carne con madera

un instrumento sin mejores pretensiones

de lucecitas montadas para escena.

Qué cosa fuera corazón, que cosa fuera

qué cosa fuera la maza sin cantera.

Un testaferro del traidor de los applausos

un servidor de pasado en copa nueva.

Un eternizador de dioses del ocaso

jubilo hervido con trapo y lentejuela

qué cosa fuera corazón qué cosa fuera

qué cosa fuera la maza sin cantera

 

Si no creyera en lo más duro

si no creyera en el deseo

si no creyera en lo que creo

si no creuera en algo puro

 

Si no creyera en cada herida

si no creyera en la que ronde

si no creyera en lo que esconde

hacerse hemano de la vida.

 

Si no creyera en quien me escucha

si no creyera en lo que duele

si no creyera en lo que quede

si no creyera en lo que lucha.

 

Qué cosa fuera, que cosa fuera….

 

IL PICCONE

 

Se non credessi alla follia

che sta nella gola del sinsonte (*)

se non credessi che la montagna

nasconde il suo canto e la paura

 

Se non credessi alla bilancia

alla ragion dell’equilibrio

se non credessi nel delirio

se non credessi nella speranza

 

Se non credessi in ciò che faccio

se non credessi nel mio cammino

se non credessi nel mio suono

se non credessi nel mio silenzio.

 

Cosa sarebbe, cosa sarebbe,

il piccone senza la cava

un impasto di corde e tendini

un ammasso di carne e legno

uno strumento senza altro splendore

che piccole luci sulla scena

Che cosa sarebbe – amore mio – cosa sarebbe

che cosa sarebbe il piccone senza la cava.

Un complice del rubapplausi

un servo antico in veste nuova.

Un sublimatore di divinità decadute

gioia mischiata a stracci e lustrini

che cosa sarebbe – amore mio – cosa sarebbe

che cosa sarebbe il piccone senza la cava.

 

Se non credessi in ciò che è difficile

se non credessi al desiderio

se non credessi in ciò in cui credo

se non credessi in qualcosa di puro.

 

Se non credessi in ogni ferita

se non credessi in ciò che lacera

se non credessi nel mistero

di diventare fratello della vita

 

Se non credessi in chi mi ascolta

se non credessi in quello che duole

se non credessi in quello che viene

se non credessi in quello che lotta.

 

Che cosa sarebbe, che cosa sarebbe

il piccone senza la cava

un impasto di corde e tendini

un ammasso di carne e legno

uno strumento senza altro splendore

che piccole luci sulla scena

Che cosa sarebbe – amore mio – cosa sarebbe

che cosa sarebbe il piccone senza la cava.

Un complice del rubapplausi

un servo antico in veste nuova.

Un sublimatore di divinità decadute

gioia mischiata a stracci e lustrini

che cosa sarebbe – amore mio – cosa sarebbe

che cosa sarebbe il piccone senza la cava.

 

(*) Sinsonte (Italiano: Centonsle) Specie di merlo bianco o nero dal canto più modulato di quello dell’usignuolo.

 

LA CATTIVA STRADA – Fabrizio de Andrè

Si tratta di una celebre canzone di Fabrizio de André. La prima e forse anche la terza strofa hanno un richiamo antimilitarista, ma non è per questo che l’ho scelta. Il brano nella sua interezza appare un richiamo diserzione. In questa accezione condivido questa interessante interpretazione pubblicata su antiwarsongs.org

Ma la diserzione di questa canzone, dal testo oscuro ed elevatamente metaforico come del resto tutti quelli del “Volume 8”, è ben più totale. E’ la diserzione dal senso comune, dalle azioni imposte dalle convenzioni, dall’agire standardizzato; da qui il suo carattere assolutamente dirompente, che non ha cessato di essere tale da oltre trent’anni. […] è destino della “Cattiva strada” di suscitare riflessioni.

La cattiva strada disegna una processione: un soldato “innocente” (letteralmente, “che non ha nuociuto”), una “regina” (ossia una prostituta o, se si tratta di un calco dall’inglese, un travestito), un pilota, un diciottenne alcolizzato e dei giurati si mettono a seguire lo strano messia che li ha provocati invitandoli a non seguirlo (“Non vi conviene / venir con me dovunque vada”).

Questo pescatore di uomini agisce in modo paradossale, ma rivelatore. Il fatto di sputare al militare serve ad aprirgli gli occhi e fargli abbandonare le armi, il furto del denaro costringe la “regina” a fare i conti solo “col suo dolore”, l’incidente fa intraprendere al pilota un cammino senza punti di orientamento predefiniti. Così versare da bere all’alcolizzato e baciare le bocche dei giurati che lo processano “per amore” sono efficaci dimostrazioni di una pedagogia a rovescio che ottiene un’autentica conversione, un cambio di rotta.

[Ezio Alberione, in Fabrizio De André. Accordi eretici, pp. 109-110]

Nell’ultima strofa, il protagonista che si è permesso di offendere tutti, ma che da tutti è seguito, si svela essere l’artista. Per la prima volta qui viene soppresso l’aggettivo sua perché si sta parlando della cattiva strada di tutti.

[Matteo Borsani – Luca Maciacchini, Anima salva, p. 101]

LA CATTIVA STRADA

 

Alla parata militare

sputò negli occhi a un innocente

e quando lui chiese “Perché ”

lui gli rispose “Questo è niente

e adesso è ora che io vada”

e l’innocente lo seguì,

senza le armi lo seguì

sulla sua cattiva strada.

 

Sui viali dietro la stazione

rubò l’incasso a una regina

e quando lei gli disse “Come ”

lui le risposte “Forse è meglio è come prima

forse è ora che io vada ”

e la regina lo seguì

col suo dolore lo seguì

sulla sua cattiva strada.

 

E in una notte senza luna

truccò le stelle ad un pilota

quando l’aeroplano cadde

lui disse “È colpa di chi muore

comunque è meglio che io vada ”

ed il pilota lo seguì

senza le stelle lo seguì

sulla sua cattiva strada.

 

A un diciottenne alcolizzato

versò da bere ancora un poco

e mentre quello lo guardava

lui disse “Amico ci scommetto stai per dirmi

adesso è ora che io vada”

l’alcolizzato lo capì

non disse niente e lo seguì

sulla sua cattiva strada.

 

Ad un processo per amore

baciò le bocche dei giurati

e ai loro sguardi imbarazzati

rispose “Adesso è più normale

adesso è meglio, adesso è giusto, giusto, è giusto

che io vada ”

ed i giurati lo seguirono

a bocca aperta lo seguirono

sulla sua cattiva strada,

sulla sua cattiva strada.

 

E quando poi sparì del tutto

a chi diceva “È stato un male”

a chi diceva “È stato un bene ”

raccomandò “Non vi conviene

venir con me dovunque vada,

ma c’è amore un po’ per tutti

e tutti quanti hanno un amore

sulla cattiva strada

sulla cattiva strada.

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