“Pace di tutti i colori”, ep.6 – Il repertorio: “Kufia”, “Dona dona”

Oggi riesco a postare altri due brani: “Dona Dona” e “Kufia, canto per la Palestina“. Presto arriveranno gli ultimi tre.

 

DONA DONA – tradizionale yiddish

La ricostruzione storica di questo brano è piuttosto complessa e provo a fare una sintesi di alcune fonti trovate in internet. La si può trovare con i titoli “Das kalb”, “Dos kelbl”, “Dana dana”, “Dona dona”, “Donna donna”. Già questo può dare l’idea del perchè sia difficile ricostruirne il percorso.

Si tratta di una famosa composizione del musicista ebreo Sholom Secunda, nato a Aleksandrija, in Ucraina, nel 1894 e morto a New York nel 1974.

Originariamente col titolo tedesco”Das kalb” o yiddish “Dos Kelbl(Il vitello), fu scritta per  la commedia musicale ebraica di  Aaron Zeitlin “Esterke” (1940–41) le cui musiche furono composta da Sholom Secunda. Secunda scrisse “Das kalb” nel 1935 basandosi su una canzone popolare polacca adattata poi in Yiddish da Aaron Zeitlin.

Il testo inglese On A Wagon Bound To Market (Su di un vagone destinato al mercato) è opera del figlio di Sholom, Sheldon Secunda, il quale tradusse il brano  cambiando la vocalizzazione della parola “dana” in  “dona”, ma questa versione non ebbe molta fortuna. Il testo fu tradotto nuovamente a metà degli anni ‘50 Arthur Kevess e Teddi Schwartz e la canzone cominciò ad essere maggiormente conosciuta. Divenne però molto popolare  solo quando fu registrata da Joan Baez nel 1960 (che gli diede come titolo “Donna, donna”, scelta che procurò non poca confusione), da Donovan nel 1965 e da Patty Duke nel 1968.

Il ritornello della canzone, in yiddish “Dona, dona”, ma spesso reso anche “Dana, dana” o “Donna, donna”, è ritenuto da alcuni una forma abbreviata di Adonai, un’invocazione ebraica a Dio che significa “Mio Signore”. Secondo altri  Dona / donna / dunaj / dana significa “lui, loro, uno, tutti in genere”, dando al brano un senso non meno evocativo.

Arrivando al significato del testo, propongo la lettura e l’ascolto di una versione italiana del brano a cura di Herbert Pagani che ha un’intenzione più poetica che letterale.

 

UN CAPRETTO

Herbert Pagani

 

Un capretto su un carretto va al macello del giovedì

non s´è ancora rassegnato a finire proprio così

chiede ad una rondine -Salvami se puoi-

lei lo guarda un attimo fa un bel giro in cielo e poi risponde

-Siete tutti nati apposta io non c´entro credi a me

c´è chi paga in ogni festa

questa volta tocca a te.

 

Un bambino su un vagone va al macello del giovedì

non s’è ancora rassegnato a morire proprio così

chiede ad un soldato salvami se puoi

e lui con la mano lo rimette in fila e poi risponde

-Siete in tanti sulla terra io non c’entro credi a me

c´è chi paga in ogni guerra

e questa volta tocca a te.

 

Ora dormi caro figlio sta tranquillo che resto qui

non è detto che la storia debba sempre finire così

il mio bel capretto è nato in libertà

finché sono in vita mai nessuno lo toccherà

la storia te l´ho raccontata apposta perché un giorno pure tu

dovrai fare l´impossibile perchè non succeda più.

Siamo madri e siamo figli tutti nati in libertà

ma saremo i responsabili se uno solo pagherà.

 

Ora dormi.

 

Se la storia di questo brano può apparire intricata non lo è il suo significato. La canzone parla chiaramente di un vitello, l’immagine sacrificale per eccellenza, che non può difendersi dalla sua macellazione. La canzone riflette quindi la situazione degli ebrei al tempo del Terzo Reich, in cui ha avuto origine. Lo stesso rituale si ripete per un bambino avviato verso uno dei tanti lager ancora oggi tristemente presenti nel mondo, con le stesse, atroci modalità.

“…questo testo, traccia un parallelo terribile, ma purtroppo fin troppo reale e sempre attuale, tra il macello di un cucciolo di animale e quello di un cucciolo d’uomo.

Un riferimento forte ed un disperato omaggio a tutte le piccole vittime di tutte le guerre che sono state massacrate da assassini che non hanno esitato “a calare il coltello nella loro tenera forza”.

In nome di tutto il mare di dolore che la guerra degli uomini fa scorrere tra i suoi stessi piccoli figli deboli ed indifesi, prime vittime di tutti i conflitti, un mare che travolge, distrugge e uccide vite e futuro, in tanti, troppi luoghi sulla Terra e che – qualche volta – riesce a lambire anche le nostre coscienze di “uomini liberi” e riesce a farci alzare, indignare, impegnare, gridare “No alla guerra!”

Ma poi?

Cosa riusciamo a fare oltre a questo?”

da http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=5848&lang=en#agg14265
Nello spettacolo “Pace di tutti i colori” riproporrò la versione in yiddish che si può ascoltare in questo video da 2 minuti e 21″ e spero che Miriam riesca a coreografarla con la danza.

DONA DONA

testo in yiddish

 

Oyfn firil ligt dos kelbil

ligt gebindin mit a shtrik

hoich in himil flit dos shvelbil

freit sich dreit sich hin un krik.

Lacht der vint in korn

lacht un lacht un lacht

lakht er up a tug a gantsin

mit a halber nacht.

 

Dana, dana, dana, dana,

Dana, dana, dana, da,

Dana, dana, dana, dana,

Dana, dana, dana, da.

 

Shreit dos kelbl zogt der poier

ver she heist dich zain a kalb

volst gekent tzu zain a foigl

volst gekent tzu sain a shvalb.

Lacht der vint in korn …

 

Bidne kelber tut men bindn

un men shlept zey un men shecht

ver s’hot fligl, flit aroiftzu

is ba keinem nit kain knecht.

Lacht der vint in korn …

 

traduzione

Dentro un carro ben legato

un capretto al macello va.

Alto in cielo sopra i tetti

…vola un passero in libertà.

Come ride il vento

nel cielo dell’estate.

Come son tristi

le bestie incatenate.

 

Dona dona dona dona

Dona dona dona don.

Dona dona dona dona

Dona dona dona don.

 

“Su, non piangere”, dice l’uomo,

“tu ti devi rassegnar,

non hai ali per volare,

non puoi viver in libertà”.

Come ride …

 

  1. I capretti son legati,

macellati con crudeltà,

e chi vuol viver libero

farsi passero dovrà.

 

Rit. Come ride …

 

KUFIA, canto per la palestina

Abbiamo sempre eseguito una versione di Kufia nei concerti del gruppo musicale Asa Branca.

Il testo di questo brano è tratto da “O notte lascia che il prigioniero finisca il suo canto”(anonimo) e da “Io sogno dei gigli bianchi” del poeta palestinese Mahmud Darwish mentre la musica è di Rocco De Rosa, Canio Loguercio, Rocco Petruzzi. Darwish (1941-2008) è considerato uno dei maggiori poeti e scrittori del mondo arabo ed ha raccontato nelle sue opere l’orrore della guerra, dell’oppressione, dell’esilio.

Mi è sempre piaciuto poter presentare questo frammento del mondo arabo che parla di una pace fortemente desiderata. La nostra mentalità è intrisa di pregiudizi e molti di questi ci portano a pensare costantemente alla cultura araba come violenta e dedita alla caccia agli infedeli (come se la nostra, a modo suo e non con meno efferatezza, non lo fosse…). Già considerare equivalenti i termini arabo e musulmano è un errore grossolano che spesso si compie, sintomo di quella non conoscenza che inevitabilmente genera paura ed effetto della propaganda che dell’ignoranza fa il suo strumento cardine. E’ pur sempre vero che “fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”. E chi suona la fanfara del terrore lo sà, da una parte come dall’altra.

Ci sono tantissimi segni di pace. Uno, piccolo piccolo, lo si è vissuto anche a Piccola Piazza d’Arti, il polo artistico di cui faccio parte. Ne potete trovare notizia qui e qui .

Le radici di questo brano affondano nel terra di Palestina, teatro di un conflitto senza fine, terra su cui si intersecano infinite contradditorietà. Un conflitto di cui non mi soffermerò qui a parlare. Ciò che mi interessa è ancora una volta raccontare il punto di vista di chi si trova nel fuoco incrociato scatenato dai “grandi” e lì nel mezzo soffre. “Restiamo umani” era l’adagio sempre usato da Vittorio Arrigoni, attivista per i diritti umani rapito e ucciso a Gaza, a chiusura dei suoi post. Forse è meglio di no. Se “essere umani” include anche l’altra faccia del “mostro” allora occorre trovare un altro obiettivo e un altro slogan. Peccato però.

 

KUFIA

Trascrizione del testo arabo

 

Ana ahlam zanabiq betha ana ahlam

Torq aghani wa biut mothia

 

Ana baddy qulub tayeba ana beddy

Ma beddy il barud ma beddy

 

Beddy yuom mushmes yuom

Mush lahzat nesser onssorria

Beddy yuom mushmes yuom

Mush ghayar il bunduchia

 

Laa ana la abky mena’alkhaof

wa demu’ men agelil watan

Ana git men ageli ana eish eshamsselli

Illy teshreq wa laissa teghreb

 

traduzione

KUFIA (CANTO PER LA PALESTINA)

 

Sogno dei gigli bianchi

strade di canto e una casa di luce

 

Voglio un cuore buono

e non voglio il fucile

 

Voglio un giorno intero di sole

e non un attimo di una folle vittoria razzista

Voglio un giorno intero di sole

e non strumenti di guerra

 

Le mie non sono lacrime di paura

sono lacrime per la mia terra

Sono nato per il sole che sorge

non per quello che tramonta.

 

30 Comments on ““Pace di tutti i colori”, ep.6 – Il repertorio: “Kufia”, “Dona dona”

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