“Pace di tutti i colori”, ep.5 – Il repertorio: “Dzurdzedan / Ederlezi”

EDERLEZI – tradizionale rom dei balcani

C’è una parte di storia della mia vita che mi lega ad alcune famiglie rom. Questo legame mi porta spesso a non poter fare a meno di proporre musiche legate alla cultura romanì nei progetti a cui prendo parte. Ed anche questa volta non posso non farlo. Il racconto in musica in questo caso è legato alla Seconda Guerra Mondiale.

Non tutti sanno che esiste un “olocausto” del popolo rom e sinti. Se gli ebrei hanno dato il nome “Shoa” alla mattanza perpetrata dal nazi-fascismo al loro popolo al tempo della Seconda Guerra Mondiale, esiste un termine anche in lingua romanè che indica lo stesso evento: Porràjmos. In romanè questo termine può essere tradotto come “grande divoramento”. 70.000 persone tra rom e sinti (la stima è approssimata per difetto, si tratta delle morti “documentate”, il numero preciso non sarà mai possibile conoscerlo) persero la vita nel Porràjmos. I rom e i sinti tra l’altro sono “ariani”. La storiografia del loro esodo dall’India iniziato più di 1000 anni fa lo racconta e la genetica lo dimostrano. Il regime nazista dovette inventarsi (con poca fatica suppongo) la categoria dell’”ariano decaduto”, della “tara genetica” del nomadismo per “giustificare” il folle progetto di sterminio anche di questo popolo. Questo significò per i rom prigionieri nei lager l’essere sottoposti ad un supplizio particolare poiché furono usati come cavie, soprattutto i bambini, per testare la resistenza fisica a condizioni climatiche avverse, gas venefici e malattie. Essendo geneticamente i più vicini al popolo ariano su di loro si potevano sperimentare condizioni a cui gli ariani “puri”, soprattutto i combattenti, potevano essere sottoposti. Luca Bravi, docente universitario e profondo conoscitore del Porràjmos, ha scritto diversi testi ricchi di riferimenti storici e documenti su questo argomento. Uno di questi è scaricabile gratuitamente qui.E’ stato creato inoltre un museo virtuale perché la memoria di questo evento possa essere tenuta viva e diffusa: www.porrajmos.it

Il brano che propongo contiene una traccia di questo evento. In realtà sono indeciso tra altre due scelte: Đelem Đelem, (Andiamo, andiamo) brano musicale elevato a inno del popolo rom, reso celebre da tanti cantanti e gruppi musicali rom e non, che contiene nel testo un riferimento al Porràjmos e “Biš te štar đenè” (24 persone) poesia di Velija Ahmetovic, amico e poeta, che racconta di 24 persone di etnia rom (donne, uomini, bambini) che in una paesino vicino a Mostar furono rinchiuse dentro una stalla dalle “milizie nere”e lì arse vive. Un racconto a cui ho voluto dare una veste musicale qualche tempo fa e che vive solo sul filo di quella memoria che viene tramandata oralmente di generazione in generazione tra le famiglie rom che ho avuto la fortuna di conoscere e che, originariamente, provengono proprio dalla Bosnia. Tra quelle 24 persone insomma ci sono i parenti, non tanto lontani, di quelle famiglie. I motivi per cui non li ho scelti sono: il primo brano è piuttosto ripetitivo e richiede un lavoro importante di messa a punto per come vorrei che fosse presentato (quindi… appuntamento solo posticipato, prima o poi lo faremo!), il secondo è un brano musicalmente ancora acerbo perché mai arrangiato (esistono “solo” la linea melodica e gli accordi).

Ederlezi invece è un brano rom molto popolare ed amato nei paesi della ex-Jugoslavia. Goran Bregovic ha contribuito non poco a farlo conoscere così come ha promosso la diffusione in generale delle musiche dell’area balcanica nel mondo. Prima lo ha ri-arrangiato con i Bijelo Dugme, formazione rock che Bregovic ha fondato, e poi lo ha inserito nella colonna sonora del film “Il tempo dei gitani” di cui ha curato le musiche.

Ederlezi è il termine in lingua romanè che indica la festa di San Giorgio (Đurđedan in serbo-croato). Questa festa ricorre il 6 maggio ed è molto sentita nei paesi balcanici tanto che alcuni gruppi rom, innestatisi nella regione serba durante loro viaggio millenario dall’India, l’hanno fatta loro, coniando un termine nella loro lingua per definirla. Anche a me è capitato di festeggiarla quando frequentavo il campo rom di via Portogallo a Rimini: ogni Kampina era adornata con rami verdi, simbolo del ritorno della primavera, e per l’occasione ogni famiglia cucinava la pecora, scorrevano fiumi di birra (piva) e c’era musica a volontà.

Come spesso accade nelle tradizioni popolari, anche questo brano è stato interpretato in tanti modi ed ha conosciuto chissà quante trasformazioni. Una di queste interpretazioni, particolarmente significativa per questo percorso, ha visto innestarsi un testo in lingua serbo-croata sulla melodia appartenente alla tradizione romanì. Pare sia stato composto da anonimi prigionieri serbi portati a morire a Jasenovac, l’Auschwitz balcanica. Qualcuno potrebbe obiettare: “Ma non è rom!”. Ma a chi gliene importa? A me interessa continuare a testimoniare che la guerra è orribile! Qua è tutto mescolato. I rom che forse vengono presi a Sarajevo perchè serbi o perchè magari si sono ingenuamente definiti serbi di fronte agli ustascia (croati) in divisa. Sono mescolati a oppositori politici, ebrei, gente comune. Forse essi stessi erano comunisti e partigiani. Sono stati presi perchè praticavano il cristianesimo ortodosso e non quello cattolico? A chi gliene importa. Il fiume dell’orrore ha tracimato e non risparmia nessuno. Le categorie, i geni, le classificazioni, le liste, sono un ossessione del delirio nazista. Le persone sono complesse. Hanno una pelle, geni, credi, lingue, convinzioni politiche tutti mescolati e con sfumature diverse… personali! La realtà è fatta di cose meticce, fluide, sfumate. Dipanarne un solo carattere è un’operazione complessa e permessa, a mio modo di vedere, per un tempo limitatissimo. Questa canzone è perfetta per raccontare “la” realtà. Che perfetta non è. E di come si sia rischiato che una visione igienista e classificatoria per un momento su questa terra potesse diventare l’unica visione possibile dell’uomo.

Qui si può trovare la storia dell’evento a cui il testo di Đurđedan si riferisce. Vi si racconta di come “Uno sfrenato ustascia grida davanti alla colonna formata da 3000 prigionieri, per lo più giovani, che da Sarajevo dovevano essere deportati a Jasenovac: “Dove siete serbi? Vi stiamo portando gratis a festeggiare”. La festa era quella di San Giorgio, perchè in quel giorno avvenne la deportazione.

 Cito testualmente da una delle pagine di antiwarsongs.org:

Pare che fu composto da uno o più anonimi prigionieri serbi sulle tradotte in cui, nel maggio del 1942, vennero deportati a migliaia da Sarajevo a Jasenovac, famigerato campo di sterminio allestito e ferocemente gestito dai fascisti ùstascia di Ante Pavelić, il capo del Nezavisna Država Hrvatska, lo Stato indipendente di Croazia, fantoccio del Terzo Reich nella regione balcanica.

All’alba del 6 maggio del 1942, giorno della festa di primavera, della festa di San Giorgio, gli ùstascia rastrellarono circa 3.000 serbi di Sarajevo (ortodossi, ebrei, musulmani e anche molti zingari) e li caricarono sui treni per trasferirli a Jasenovac, 200 per vagone. E’ su di uno di questi che qualcuno intonò il dolcissimo e straziante “Sta arrivando la primavera, giglio verde della valle, per tutti ma non per me…”. Si racconta che le guardie ùstascia chiusero le prese d’aria perché il canto non si diffondesse e ai prigionieri passasse la voglia di cantare, mancando l’aria… Molti infatti morirono nel tragitto, e furono più fortunati di quelli che giunsero al campo, sotto le grinfie di sadici guardiani. Pare che non più di 200 prigionieri di quel trasporto sopravvissero all’inferno di Jasenovac.

In tre anni e mezzo di attività nei cinque sottocampi di Jasenovac furono eliminate tra le 100.000 e le 700.000 persone, a seconda delle diverse ricostruzioni storiche, in maggioranza serbi ortodossi, ma anche moltissimi roma e sinti, e poi serbi, croati e bosniaci di religione ebraica o islamica oppure comunisti (partigiani) o antifascisti.

Le atrocità commesse dai fascisti croati a Jasenovac sono inenarrabili: gli ùstascia organizzavano addirittura gare tra di loro a chi riuscisse ad uccidere più prigionieri con lo “srbosjek”, un guanto con lama inclusa progettato appositamente per sgozzare con rapidità. Nell’agosto del 1942 il record venne stabilito da tal Petar Brzica, un fanatico cattolico e nazionalista educato dai francescani (e in seguito entrato nell’ordine lui stesso), che in una sola notte sgozzò tra i 700 e i 1.300 prigionieri.

Conosciamo ormai bene di quanta crudeltà è stato (ed è…) capace l’uomo. I fatti accaduti durante il secondo conflitto mondiale non riescono mai a smettere di stupirmi. Stupirmi per l’orrendo. Ho sempre inseguito lo stupore per il “bello”. Sento forte nella mio missione come educatore la tensione a stupirmi e a far stupire per la bellezza di qualcosa o qualcuno. Che la bellezza di questo canto possa “ripulire” tanta orripilante bruttezza? Non lo so. Di certo mi ricorda le altezze a cui il cuore dell’uomo può tendere ed arrivare, per quanto allo stesso tempo, lo stesso uomo, possa essere capace di estrarre dalle viscere più tenebrose del suo animo le più terribili mostruosità.

ĐURĐEVDAN

 

Proljeće na moje rame slijeće

Đurđevak zeleni

Đurđevak zeleni

Svima osim meni

 

Drumovi odoše a ja osta

Nema zvijezde danice

Nema zvijezde danice

Moje saputnice

 

Ej kome sada moja draga

Na đurđevak miriše

Na đurđevak miriše

Meni nikad više

 

Evo zore evo zore

Bogu da se pomolim

Evo zore evo zore

Ej Đurđevdan je

A ja nisam s onom koju volim

 

Njeno ime neka se spominje

Svakog drugog dana

Svakog drugog dana

Osim Đurđevdana

 

IL GIORNO DI SAN GIORGIO

Questa è una mia libera traduzione dal testo inglese non conoscendo il serbo-croato. Spero di aggiornare la traduzione al più presto e che qualcuno mi segnali eventuali errori

 

La terra inondata di primavera alle mie spalle,

giglio verde della valle,

giglio verde della valle,

che sei lì per tutti tranne me .

 

Le strade sono fatte per tornare, ma io mi fermo qui.

Non vi è alcuna stella del mattino,

non vi è alcuna stella del mattino ,

mio compagno di viaggio .

 

Hey , il mio amore sentirà

il profumo dei gigli della valle,

il profumo dei gigli della valle,

io mai più .

 

Ecco l’alba , ecco l’alba

del giorno in cui si prega il Signore,

ecco l’alba , ecco l’alba

del giorno di San Giorgio ,

e io non sono con colei che amo .

 

Lasciate che il suo nome sia menzionato

in ogni altro giorno,

in ogni altro giorno,

ma non il giorno di San Giorgio .

4 Comments on ““Pace di tutti i colori”, ep.5 – Il repertorio: “Dzurdzedan / Ederlezi”

  1. interessantissimo Davide, grazie!
    Non tutti conoscono la tragedia della seconda guerra mondiale e la sofferenza di questo popolo che purtroppo spesso passa in secondo piano nei libri di storia che la scuola propone. Questo progetto è un modo per ricordare ma anche per continuare a denunciare un’ingiustizia profonda che parte da considerare una cultura migliore e superiore ad un’altra.
    Anche io ho una “naturale” attrazione per la cultura rom, in particolare per la danza che mi ha sempre affascinato. Grazie ad alcuni incontri con donne rom ho potuto imparare qualcosa e poi ho approfondito personalmente.
    Sarà stato il “viaggiare” da un paese all’altro della mia famiglia, per cui ogni luogo è casa…. mi sento un pò rom anche io. 😉

    • Grazie Miriam! Condivido tutto. Anche la tua impressione di avere qualche gene rom!!! “Casa” è il cuore delle persone che ci amano, non un luogo, ne sono convinto. E’ così che non si smette mai di viaggiare!!
      A presto.

  2. La prima bandiera a raggiungere una certa popolarità fu un’immagine multicolore con una colomba bianca al centro disegnata da Pablo Picasso , in seguito adottata in via ufficiosa anche dall’ ONU

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