“Pace di tutti i colori”, ep.4 – Il repertorio: “No woman, no cry”

Ieri ho contattato tutti i musicisti che potenzialmente potrebbe prendere parte a questo progetto. Qualcuno ha aderito subito. Altri li sto aspettando. Entro il fine settimana spero di aver chiara “la squadra”.

Scrivendo a tutti questi amici ho dovuto condensare in poche parole quale è la proposta che ho in mente. Ne è venuto fuori questo: che si tratta di un percorso musicale sul tema della pace con queste idee conduttrici

  • la musica popolare e/o cantautoriale
  • il desiderio di pace che nasce dai racconti di guerra
  • non si vuole parteggiare per qualcuno in particolare, ma dare voce al dolore, al sentimento comune di perdita che ogni guerra (antica e moderna) infligge a chi resta e a chi parte
  • una canzone non cambierà il mondo, ma le persone possono farlo. Una canzone, una musica però può rinforzare nel profondo il desiderio di costruire la pace, parlando alle parti più intime del nostro essere. Può rendere più intensa la sensazione di sentirsi parte di un popolo, a partire da quel che proviano condividendola con gli altri. Se lasciamo far questo alla musica essa avrà già fatto il suo compito. Avrà già cambiato un pezzettino di mondo.

Dopodichè ho comunicato come pensavo di organizzare i gruppi di lavoro, ma questo l’ho già scritto nel mio post precedente.

Ora andiamo avanti con la presentazione dei brani che ho pensato.

NO, WOMAN, NO CRY – Bob Marley

Ho esordito affermando che avrei evitato brani provenienti dalla “grande industria” della musica. Ecco, mi smentisco subito! In realtà ho una storia. Una storia che mi motiva a inserire questo brano e a sostenere l’idea che della musica meno contenitori chiusi facciamo, meglio è. La musica dialoga direttamente con il nostro mondo affettivo, dialoga con la complessità delle diverse componenti di una società, come si fa a categorizzare come categorizzo i post di questo blog? Questo lo metto qui.. quest’altro di là… non si può. Ogni emozione, stato d’animo o sentimento, ogni gruppo umano, dinamica sociale o cambiamento di stato o di luogo colora di mille sfumature ogni evento: come si fa a mettere dei confini? Lo stesso è per la musica. Occorre sempre vederla dal punto di vista delle persone che la vivono, non dello scaffale in cui qualcuno l’ha ordinata.

La storia: c’è un artista di strada che ho incrociato un paio di volte nelle mie rare visite a  Milano. E’ un ragazzo africano che, con la sua bella collezione di dread sulla testa e i suoi vestiti sgargianti, gira con un piccolo sistema di amplificazione e un microfono. L’ho già incontrato un paio di volte passeggiando per il centro di Milano (le poche volte che mi riesce di andarci). Mi sono fermato ad ascoltarlo: con la sua voce roca e profonda interpreta brani raggae. E fino qui… Mi ha colpito in particolare la presentazione di questo classico, “No woman no cry”, che come tutte le cose che conosco da anni e che ha una diffusione direi “universale”, non mi suscita grandi attenzioni. Però è successo che si è accesa una scintilla . Il nostro amico ha presentato questo brano di Bob Marley rivolgendosi alle donne e lo ha fatto come se volesse fare loro una carezza e rivolgerle un omaggio. Così dalla scintilla si è accesa una visione: “No, woman, no cry”, “No, donna, non piangere”. Ho trovato una prospettiva inedita e capace di generare stupore, di emozionarmi. Era già da qualche giorno che mi ronzava in testa il pensiero di cosa mettere nel contenitore di “Pace di tutti i colori” e, all’improvviso, mentre tenevo la mano di mia moglie, mi si sono accesi davanti decine di volti di donna, a  partire da quello al mio fianco. E il pensiero è volato. E’ volato a volti di donne disperate, che piangono. E’ volato sulle acque di qualche parte del mediterraneo. Nello stesso giorno in cui ascoltavo il nostro amico cantante di strada, era giunta l’ennesima notizia del rovesciamento di una barcone vicino alle coste dell’isola di Lesbo. 40 vittime. Soprattutto donne e bambini. Donne e bambini. Ho pensato a queste donne. Alla disperazione di queste madri che affogano assieme ai loro figli. Che si affannano a cercare l’aria. Impotenti. Che gridano, prigioniere dell’abbraccio freddo del mare. Quel mare desiderato come la salvezzafino a qualche giorno prima. Ora invece si ritrovano tradite da quell’elemento oscuro e ostinato. Che non le lascia più. Mentre sono attraversate dalle urla di paura dei compagni e delle compagne di quel viaggio sventurato. Col cuore a pezzi mentre gli occhi impauriti di quel figlio o quella figlia le attraversano e sembrano chiedere “Perchè? Perchè non mi salvi?”. Se fino a un momento prima erano isole sicure, le braccia che proteggono, il bacio ristoratore prima del sonno, ora queste donne sono corpi impotenti. Impotenti nel tentare di salvare sè e i propri figli. E’ una sensazione straziante, che mi ha preso la gola e  che non mi ha più lasciato. Come una paura oscura. La stessa paura che mi fa aborrire la guerra e tutto ciò che porta. La stessa paura di sentirmi impotente di fronte al male che può abbattersi sulle mie figlie e i miei figli. Ho pensato alle donne mogli, alle donne fidanzate, alle donne madri, alle donne profughe, alle donne brutalizzate, alle donne vendute, alle donne raggirate, alle donne bambine, giovani e anziane, alle donne semplicemente donne che fanno i conti con ciò che resta di loro dopo il passaggio della guerra. Quella in Siria, come qualunque guerra. Durante gli studi universitari uno degli argomenti proposti approfondiva il tema della “femminilizzazione” della povertà: in poche parole, è comprovato dalle scienze statistiche che in ogni “crisi”, economica, bellica, umanitaria che sia, le più esposte al rischio di trovarsi in condizioni di maggiore svantaggio rispetto a tutti sono le donne. Il buon senso fa gridare nel pericolo “Prima le donne e i bambini!”. Poi, di fatto, nella realtà, le donne assieme ai bambini se ne vanno “a mare” come tutti gli altri. E forse anche più. Ma meno attrezzati per mettersi in salvo. Partiti in svantaggio a causa della disuguaglianza.

Questa visione che mi si è accesa dentro. Mi piace pensare a questa canzone come un fazzoletto che si porge a una donna in lacrime. Ascoltando quel pianto. Costretto a stare lì, senza far nulla. Costretto a star lì, ad ascoltarsi ascoltando.”No, woman, no cry”. Spegni quel pianto. Che mi condanna a vedere la mia complicità in quel nulla che ho fatto perchè quel male non accadesse. Non posso che stare. Vicino a te.

 

NO WOMAN NO CRY

 

No Woman no cry

‘Cause I remember when we used to sit

In a government yard in Trenchtown

Observing the hypocrites

Mingle with the good people we meet

Good friends we have

Oh, good friends we have lost along the way

In this great future, you can’t forget

Your past

So dry your tears, I seh

No woman no cry

No woman no cry

Little darlin’, don’t shed no tears

No woman no cry

Said I remember when we used to sit

In the government yard in Trenchtown

And then Georgie would make the fire lights

I seh, log would burnin’ thru the nights

Then we would cook cornmeal porridge of which I’ll

Share with you

My feet is my only carriage and

So I’ve got to push on thru

Oh, while I’m gone

Everything’s gonna be alright

Everything’s gonna be alright

No woman no cry

No woman no cry

I seh little darlin’ don’t shed no tears

No woman no cry

 

traduzione:

No donna, non piangere

Nel cortile del ministero a Trenchtown

Osservando gli ipocriti

Mescolarsi alle brave persone che si incontrano

Abbiamo buoni amici

Oh, e buoni amici abbiamo perso lungo la strada

Con questo futuro grandioso, non puoi dimenticare

Il tuo passato

Quindi asciugati le lacrime, dico io

No donna, non piangere

No donna, non piangere

Cara, non versare lacrime

No donna, non piangere

Ho detto che mi ricordo quando sedevamo

Nel cortile del ministero a Trenchtown

E poi Georgie accendeva il fuoco

Dico io, la legna bruciava nelle notti

Poi preparavamo il pasticcio d’avena che

Dividevo con te

I miei piedi sono il mio solo mezzo di trasporto,

E quindi devo andare avanti

Oh, ma in mia assenza

Tutto andrà per il verso giusto

Tutto andrà per il verso giusto

No donna, non piangere

No donna, non piangere

Dico io, cara non versare lacrime

No donna, non piangere

11 Comments on ““Pace di tutti i colori”, ep.4 – Il repertorio: “No woman, no cry”

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