“Pace di tutti i colori”, ep.3 – Il repertorio: “Partire partirò”, “Le deserteur”, “Ant’aman palikari”

E’ ora di affrontare il nodo cruciale del repertorio. Ho ritenuto necessario dare un “taglio” alla proposta dei brani per questa serata, scegliere un “contenitore”. Quello della pace è un argomento declinabile in mille direzioni. Troppe. Ho pensato allora che il repertorio scelto dovesse come rispondere ad una domanda: cosa rende a me così desiderabile la pace? Dai racconti della mia infanzia, essendo figlio di un papà classe 1922 che mi ha avuto in tarda età, ciò che mi ha reso così desiderabile la pace, non ho dubbi, sono stati i racconti di guerra. Un trasferimento di memoria dai vissuti di mio padre a me: la morte di un fratello mai perdonata alla controparte, la prigionia, la fame, la città ridotta in macerie dopo i bombardamenti, le rivalità tra gli orientamenti politici gettate strategicamente e cinicamente sulle spalle di gente semplice che difficilmente avrebbe imbracciato un’arma o indossato un uniforme, l’ingombro di ricordi certo epici, ma simili a cicatrici che non ti lasciano per tutta la vita..

Il mio background è questo. Mi viene voglia di proporlo. Canzoni che raccontando la guerra facciano desiderare la pace. Non so se saprò essere sempre “fedele” a questa linea, ma ci proverei. Vorrei evitare i brani più “classici” e quelli di area anglofona, benchè mi sia formato culturalmente proprio su di essi dalla preadolescenza: “Give peace a chance”, “Imagine”, “Blowing in the wind”, Sunday bloody sunday”, “Dogs of war”, “La guerra di Piero”, “Auschwitz”. Sono i primi “innamoramenti”. Furono le folgorazioni iniziali di un percorso di ricerca, non più solo musicale, che non ho mai mollato: è possibile vivere in modo non-violento in un mondo dominato dalla violenza? Qual è la pace raggiungibile nell’esistenza umana? In questa ricerca (filosofica, spirituale, politica, psicologica…) sono approdato anche a musiche in gran parte fuori dai grandi circuiti dell’industria discografica. Sono queste che vorrei proporre al possibile pubblico di “Pace di tutti i colori”.

Grande bacino a cui attingere è un sito, al cui autore sono molto grato, benchè non sappia chi sia, antiwarsongs.org. Non a caso forse, anche qui, per raccogliere brani di matrice pacifista lo stesso sito si intitola “canzoni contro la guerra”.

In questo episodio riporto i primi tre brani. Pensavo di sceglierne una decina. Più che sufficienti per non sforare l’ora e mezza di spettacolo al massimo.

 

PARTIRE, PARTIRO’ – tradizionale Italia

Da quando ne ho sentito la versione del buon Daniele Sepe inserita nell’abum “Canzoniere Illustrato” e cantata da Ginevra di Marco, questa canzone non ha più lasciato la chiavetta USB inserita nella mia autoradio. Sarà una sfida riproporla avendo nell’orecchio questa versione. Pensavo di riproporla con gli stessi accordi e lo stesso mood, usando semplicemente strumenti differenti. Ciò che vorrei ricreare è quel senso di struggente rassegnazione che permea lo sfogo amaro del giovane protagonista della canzone, costretto a partire soldato al seguito del potente di turno. Mi ha colpito subito. Ho sentito mio il sentimento di chi parte e non sa se torna.

Si scrive di questo brano su antiwarsong.org.

Canto toscano dell’epoca delle guerre napoleoniche, nato probabilmente quando l’Imperatore istituì la leva obbligatoria anche nelle terre italiane conquistate, sull’esempio di quel che era accaduto in Francia con la rivoluzione.
Sebbene abbia un autore ben preciso, un celebre cantastorie che compose il testo sul motivo della famosa canzone popolare toscana “Maremma amara” (“Tutti mi dicon Maremma, Maremma…”) servendosi anche chiaramente della sua struttura testuale (cosa particolarmente evidente nel ritornello), divenne ben presto un canto di guerra e popolare; per primo lo ha raccolto Caterina Bueno; è stato interpretato anche da Riccardo Marasco (nell’album “Chi cerca trova”, 1976; ma in una versione abbreviata), ma altri interpreti storici sono stati Fausto Amodei (nell’ LP “Il povero soldato”), la stessa Caterina Bueno e i Gufi (ne “I Gufi cantano due secoli di resistenza”).

“Quando le coscrizioni cominciarono a desolare le famiglie, il Menchi compose quella canzone del coscritto che gli uomini di cinquant’anni avranno tutti cantato o udito almeno cantare. È il lamento del povero giovane che la prepotenza ambiziosa d’un despota manda a combattere in terra lontana. […] È questo il flebile ritornello rivestito di soavissima musica che tutte compendia le smanie del giovine costretto a lasciare la dolce patria, i parenti e la donna del suo cuore.” – Niccolò Tommaseo.

 

PARTIRE PARTIRO’ / CANTO DEI COSCRITTI

Partirò partirò, partir bisogna
dove comanderà nostro sovrano;
chi prenderà la strada di Bologna
e chi anderà a Parigi e chi a Milano.

Ahi, che partenza amara,
Gigina bella, mi convien fare;
vado alla guerra e spero di tornare.

Quando saremo giunti all’Abetone
riposeremo la nostra bandiera;
e quando si udirà forte il cannone,
addio Gigina cara, bona sera!

Ahi, che partenza amara,
Gigina bella, mi convien fare;
Sono coscritto e mi convien marciare.

Di Francia e di Germania son venuti
a prenderci per forza a militare;
però allorquando ci sarem battutti
tutti, mia cara, speran di tornare.

Ahi, che partenza amara,
Gigina bella, mi convien fare;
vado alla guerra e spero di tornare.

Se nostro Imperator ce lo comanda
combatteremo e finirem la vita;
al rullo de’ tamburi, a suon di banda
dal mondo farem l’ultima partita.

Ah che partenza amara,
Gigina cara, Gigina bella!
Di me non udrai più forse novella.

AND’AMAN PALIKARI

Ora inizia il viaggio. Dalla militanza nel gruppo musicale Asa Branca e dalla conseguente presa di coscienza di quanto sterminato sia il mondo della musica, ho cominciato ad apprezzare e ricercare i brani più disparati provando a confrontarmi con mondi musicali lontani. Ho una grande passione: viaggiare. Perdermi nelle musiche di altri mondi mi dà l’opportunità di viaggiare. Non fisicamente, ma mentalmente. Certo, non si tratta di ricerca etnomusicologica. Si tratta di balbettare altri suoni, come se si trattasse di emettere i primi versi in una lingua sconosciuta che si sta imparando. A volte può apparire un operazione “sporca”, se non di dubbia moralità, appropriarsi di una musica altra e trasformarla in qualcosa di lontano dal suo contesto, dal suo scopo, dalla sua origine. In realtà penso, come tanti altri, che la musica “pura”, come le culture pure”, non esista. I suoni sono gli oggetti di un gioco meraviglioso di continua reinvenzione. La musica, le musiche, nascono, crescono, si fondono, si dimenticano così. Non si ruba nulla se, con onestà, ci si ricorda che ogni prodotto dell’ingegno umano è il risultato di svariati “furti”. “Siamo tutti i volti che incontriamo” diceva Levinas. Siamo tutti i suoni che ascoltiamo, mi verrebbe da dire. Più ne ascolto, più ci “gioco”, più la musica rinnova se stessa. Occorre però onestà: dichiarare la fonte dell’ispirazione. Omaggiare quel canto proveniente da lontano e il suo autore. Come qualcosa che ha “risuonato” in me ed ha qualcosa da dire anche in un altro posto. Se io fossi quell’autore ci godrei “da matti” se la mia musica fluisse!

Bene, dopo tanto disquisire veniamo al dunque. And’aman palikari è stato un incontro fortuito avvenuto durante un mio vagare in rete alla ricerca di altro. Mi aveva colpito l’ascolto di un gruppo romeno di giovanissimi ragazzi, i “Peregrini” e fra i vari video pubblicati on line ce n’era uno con l’interpretazione di questo canto (di video del gruppo ne esistono di più belli sicuramente):

 

Il testo greco in caratteri occidentali:

 

AND’AMAN PALIKARI
And’aman palikanari, dhodheka hronon
genitsaro me piran pera stin frangja.
Na matho to dhoksari, ke to polemo
midhe dhoksari matha, midhe polemo.
Mon matha tin agapi tin paterimi
ta sidhera patousa, ke vgaza nero.

 

La traduzione in inglese:

When I was a young man of twelve

they took me as a Janissary to foreign lands.

To learn the bow and war.

Neither the bow did I learn nor war.

Only did I learn of love of loneliness.

I pressed iron and drew water.

 

La traduzione in italiano (dall’inglese):

Quando ero un giovane di 12 anni

mi portarono come Giannizzero verso terre straniere

per imparare l’arco e la freccia

Nè l’arco ho imparato, nè la guerra

Solo ho imparato l’amore della solitudine

Ho premuto ferro e disegnato acqua

 

Quando poi ho scoperto che su questo brano è possibile realizzare una coreografia non potevo non pensare a Miriam  e i suoi laboratori di danze popolari a Piccola Piazza d’Arti. Vediamo se riusciamo a integrare la danza e la musica del vivo. Sarebbe meraviglioso!! In questo blog (una miniera d’oro per gli appassionati della danza popolare) è possibile trovare le informazioni sui passi e alcuni video.

 

LE DESERTEUR

Ho amato subito questo celebre brano di Boris Vian  ascoltandone la versione cantata da Ivano Fossati. La guerra contro cui l’autore si scaglia è quella che vede l’esercito coloniale francese combattere in Indocina tra il 1946 e 1954 o forse quella d’Algeria. Ciò che me la rende irresistibile è l’ironia disarmante di alcuni versi e la lucida ragione che sta dietro la scelta di invitare i giovani a disertare “per una guerra ignobile”, per non finire ad essere usati “come oscura pedina in una mischia guidata da interessi politici”. Ho scoperto che questo brano è stato tradotto e rimaneggiato da tantissimi autori: Tenco, Calabrese (quella che canta Fossati), Paoli per citarne solo alcuni. Di  seguito propongo un estratto della lettera inviata da Vian a Paul Faber, consigliere municipale che riesce a far censurare il brano, perchè è meglio di qualunque spiegazione io possa scrivere. Potrebbe diventare lavoro per i nostri attori interpretarla durante la nostra serata.

LETTERA APERTA A PAUL FABER, CONSIGLIERE MUNICIPALE
No, signor Faber, non cerchi l’insulto dove non esiste e, se lo trovate, sappiate che siete voi ad avercelo messo. Dico chiaramente quel che voglio dire; e mai ho voluto insultare gli ex combattenti delle due guerre, i resistenti (tra i quali conto numerosi amici) e i morti in guerra (tra i quali ne contavo molti altri). Quando insulto (e non mi succede mai), lo faccio francamente, mi creda. Non insulterò mai delle persone come me, dei civili, che sono stati rivestiti con un’uniforme per poterli ammazzare come oggetti e nulla più, riempiendo loro la testa di vuote parole d’ordine e di scuse fallaci. Combattere senza sapere perché si combatte è proprio di un imbecille, e non di un eroe; eroe è colui che accetta la morte quando sa che essa sarà utile ai valori che difende. Il disertore della mia canzone altro non è che un uomo che non sa; e chi glielo spiega? Non so di quale guerra lei sia ex combattente; ma se ha fatto la prima, riconosca di essere stato più dotato per la guerra che per la pace. Chi, come me, aveva vent’anni nel 1940, ha ricevuto proprio un bel regalo di compleanno. Non faccio finta di inserirmi tra i coraggiosi: sono stato riformato in seguito a una malattia cardiaca, non ho combattuto, non sono stato deportato, non ho collaborato; e sono rimasto, per quattro anni interi, un imbecille mezzo denutrito in mezzo a tanti altri, uno che non capiva perché, per capire, sia necessario che qualcuno glielo spieghi. Oggi ho trentaquattro anni, e le dico: se si tratta di difendere coloro che amo, combatterei immediatamente. Se si tratta di morire di napalm per una guerra ignobile, come oscura pedina in una mischia guidata da interessi politici, mi rifiuto e mi do alla macchia. Farò la mia propria guerra. Il paese intero è insorto contro la guerra in Indocina quando finalmente ha saputo che cosa fosse veramente; e i giovani che si sono fatti ammazzare laggiù perché credevano di servire a qualcosa -come avevano loro detto-, io non li insulto, li piango. Tra di loro si trovavano, chissà, dei grandi pittori , dei grandi musicisti; e, sicuramente, della brava gente. Quando si vede una guerra finire in un mese per volontà di uno che non si nega certo, su questo argomento, di ricorrere a parole gloriose e fumose, si è portati a credere per forza, se mai non lo si fosse capito, che quella guerra non fosse per nulla inevitabile.

Sul sito antiwarsong.org è presente un’ampia e documentata spiegazione del brano. Rimando a quello spazio per qualunque approfondimento. Ci tengo a sottolineare solo che non si tratta di un brano “pacifista”, non violento. Vian è un “antimilitarista” ed esistono le prove di un cambiamento nel verso finale operato dall’autore stesso: in origine scrive che se i gendarmi lo andranno a cercare lui è armato e non disdegnerà di fare fuoco, mentre nella versione più recente il disertore è senza armi ed è pronto ad affrontare anche la morte per mano dei gendarmi armati che lo andranno a cercare.

Infine mi tenta molto la possibilità di presentare il brano partendo dalla sua versione originale, cantandola in francese. Vorrei poi utilizzare la versione cantata da Gino Paoli che riporto in fondo per la traduzione da mandare via video. Vian era un appassionato di jazz e qualche eco se ne sente in questa versione:

 

LE DESERTEUR

Monsieur le Président
Je vous fais une lettre
Que vous lirez peut-être
Si vous avez le temps
Je viens de recevoir
Mes papiers militaires
Pour partir à la guerre
Avant mercredi soir
Monsieur le Président
Je ne veux pas la faire
Je ne suis pas sur terre
Pour tuer des pauvres gens
C’est pas pour vous fâcher
Il faut que je vous dise
Ma décision est prise
Je m’en vais déserter

Depuis que je suis né
J’ai vu mourir mon père
J’ai vu partir mes frères
Et pleurer mes enfants
Ma mère a tant souffert
Elle est dedans sa tombe
Et se moque des bombes
Et se moque des vers
Quand j’étais prisonnier
On m’a volé ma femme
On m’a volé mon âme
Et tout mon cher passé
Demain de bon matin
Je fermerai ma porte
Au nez des années mortes
J’irai sur les chemins

Je mendierai ma vie
Sur les routes de France
De Bretagne en Provence
Et je dirai aux gens:
Refusez d’obéir
Refusez de la faire
N’allez pas à la guerre
Refusez de partir
S’il faut donner son sang
Allez donner le vôtre
Vous êtes bon apôtre
Monsieur le Président
Si vous me poursuivez
Prévenez vos gendarmes
Que je n’aurai pas d’armes
Et qu’ils pourront tirer

 

IL DISERTORE

Signor presidente
ti faccio questa lettera
che forse vorrai leggere
se ti capiterà
Ho ricevuto
la chiamata militare
e adesso devo andare
in guerra martedì
Signor Presidente
io non la voglio fare
non voglio più ammazzare
la gente come me
non voglio infastidirti
ma te lo devo dire
non voglio più obbedire
per cui diserterò

Da quando sono nato
han preso già mio padre
han preso mio fratello
e adesso tocca a me
Mia madre dal dolore
è già nella sua tomba
e adesso delle bombe
non gliene importa più
Quand’ero prigioniero
m’hanno rubato tutto
l’anima, la mia donna
e la mia dignità
Domani chiuderò
la porta sul passato
sugli anni che ho perduto
e mi incamminerò

Io mi trascinerò
nel mondo tra la gente
con un pensiero in mente
e a tutti io dirò
dite di no a partire
dite di no a obbedire
dite di no a sparare
dite di no a morire
Mio caro presidente
se c’è da versar sangue
versate prima il vostro
andate avanti voi
e dite ai suoi gendarmi
se vengono a cercarmi
che possono spararmi
che armi io non ne ho

3 Comments on ““Pace di tutti i colori”, ep.3 – Il repertorio: “Partire partirò”, “Le deserteur”, “Ant’aman palikari”

    • Grazie Miriam!! Il blog delle “vie del canto” è proprio una miniera!! Ci guarderò con più attenzione. Ora sto cercando brani provenienti da altri paesi per dare l’idea di “tanti” colori (“tutti”, in effetti, sarà un po’ difficile…). Il video che mi proponi è meraviglioso. Poi Parodi e la Carta.. hai già detto tutto.
      Per la danza il brano che volevo proporti è “AND’AMAN PALIKARI”. NOn vedo l’ora di parlartene. Per il resto sei benvenuta, come sempre!!!

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