L’arte e la pedagogia. Percorsi, vissuti, incontri

In questo articolo in termini autobiografici ripercorro le mie principali spinte ideali nell’impegno educativo accostato alla dimensione dell’arte.

perturbazione, onde

il sasso nello stagno

Nel mio percorso di vita professionale, e non solo, ho avuto la possibilità di impegnarmi in tante attività e di confrontarmi, almeno in parte, con i loro relativi saperi. Sono un musicista autodidatta di vecchia data, un tecnico dello spettacolo maggiormente specializzato negli aspetti del suono, ma con esperienza anche nell’illuminotecnica e nell’audiovisione, utilizzo quotidianamente le tecnologie ad un livello mediamente profondo nel campo della comunicazione sul web, dei software per la creazione di musica e video, mi occupo di registrazione sonora, ho lavorato in teatro ed in tanti eventi live come tecnico e fonico, ho condotto progetti di animazione musicale con bambini ed ex-tossicodipendenti, ho co-fondato il polo artistico “Piccola Piazza d’Arti” di Rimini, ho lavorato alla produzione di spettacoli ed opere musicali, ho composto musiche e canzoni, insegnato i rudimenti della chitarra o del basso elettrico, ho rivestito il ruolo di tutor per giovani in servizio civile e lavorato come educatore presso una comunità di pronta accoglienza per minori stranieri non accompagnati, ho progettato e condotto percorsi di prevenzione primaria alla tossicodipendenza e sulle competenze sociali ed affettive in diverse scuole secondarie di primo e di secondo grado.

Mostro questo elenco non per un vanto (anzi, spesso io stesso mi chiedo cosa di tante cose sappia fare davvero bene), ma per tentare di spiegare l’origine di questa mia passione. Passione nata da un “fare”, dalla necessità tante volte “di fare”, a cui si è intrecciata ogni volta la necessità “di pensare” e “di sapere”.

Tanto “fare”, in questo mio percorso, mi ha condotto alla possibilità di fare incontri davvero particolari. Incontri che continuano a riempire di contenuto e rendere speciali tutte queste attività. Ne cito alcuni: l’incontro con la figura di don Oreste Benzi e la Comunità Papa Giovanni XXIII da lui fondata, con mia moglie Elena, educatrice anch’essa, con la professoressa Silvia Bernardi che mi ha trasmesso la sua passione per gli studi filosofici dal tempo del liceo, con gli scritti di don Milani, Ivan Ilich e Paulo Freire, con Devlija, la mia “mamma zingara” adottiva, con Olga, altra “mamma” adottiva conosciuta in Romania, il Centro di Studi Musicali e Sociali “Maurizio di Benedetto” di Lecco, e tanti altri. Incontri fecondi, che hanno impregnato di tante domande le scelte che ho fatto nella mia vita. Come anche il cantautore Fabrizio de Andrè era solito dire nei suoi concerti “Ho poche idee, ma fisse”, anche io perseguo un’idea altrettanto fissa: che l’educazione possa essere uno strumento per cambiare il mondo. Educazione che non è addestramento, ammaestramento, ma educazione intrisa di quel problematicismo che la corrente fenomenologica e altri pedagogisti “critici” nel tempo hanno saputo ben esprimere. Prendendomi una licenza che farà inorridire gli storici della pedagogia, porrei Socrate a capostipite di questa corrente, ma di certo prima di lui ce ne saranno stati tanti altri di esseri umani che si saranno posti domande su “come” formare le giovani generazioni e non solo “a cosa” formarle. Cioè, si saranno posti domande sui “fini” indagando anche i “mezzi”, visto che è ormai assodato quanto i “nei fini ci siano anche i mezzi”, come entità inseparabili.  Il problematicismo permette di indagare la “cura della relazione” come la relazione di cura che si realizza nelle professioni d’aiuto, ma non solo, che si fa non-violenza, che si fa responsabilità verso il prossimo e l’ambiente, che si fa consapevolezza dei tanti paradossi e dei tanti rischi a cui l’educatore deve imparare a porre attenzione[1]. Il “cambiare il mondo” di cui parlo nasce come necessità dall’incontro con l’altro “vivo”, non generato da un’astrazione, da un’ideologia, ma con i suoi bisogni e le sue ricchezze, con le sue ferite e i suoi traguardi, con il suo corpo e il suo mondo di relazioni. Quando succede che questo “altro-da-me”, ma così simile a me, si riveli nell’incontro reciproco, un incontro che presenta l’uno all’altro il personale carico di sofferenze e di disabilità fisiche e psichiche che ognuno possiede, la scelta è sempre la stessa: girare le spalle o approssimarsi, per provare a condividere almeno una piccola parte di quel carico.

L’educazione, per me, è l’arte di questo “farsi prossimo”. Che chiede di riconoscersi e conoscere l’altro. Che chiede di smascherare le strutture oppressive umane, psicologiche e sociali, che generano la sofferenza e l’handicap. Non è la soluzione di tutti i mali, ma i mali li può seriamente alleviare. Educazione che va appresa, studiata, provata, vissuta, criticata, elaborata. Che è fatica e impegno, che ti vomita addosso i tuoi limiti e ti ferisce. Che ti fa sentire di esistere, prima ancora di gratificarti. Che è capace di donare la grande gioia del riconoscere il cambiamento di sé e la crescita dell’altro se si assumono occhiali capaci di mostrarli.

Se è vero, come alcuni autori sostengono, che l’educatore impegnato nel sociale, come ogni persona impegnata in una relazione di cura, è mosso da un profondo, spesso inconsapevole, intento riparatore, non credo che questo sia un limite, come in realtà potrebbe apparire. Diventa, a mio parere, un limite se non è riconosciuto. Se genera un’idea non reale di sé. Se si manifesta in un titanismo distruttore che pone l’altro-da-sè, l’individuo come la società, in uno stato di inferiorità. Se questo “sè” si fa così enorme da ritenersi come l’unico detentore delle giuste soluzioni in una lotta perpetua contro tutto e tutti, anziché generare legami. Diventa forza se si accetta il principio di debolezza, se si riconosce junghianamente di essere guaritore ferito come il Chirone del mito. Diventa energia se da questa coscienza si sprigiona la ricerca che genera conoscenza (mai conclusa) di sé, dell’altro, della sofferenza, della ricerca appassionata del rimedio possibile, ma non imponibile. Diventa atteggiamento assertivo che contribuisce ad abbattere le distanze e i pregiudizi tra me e qualunque essere umano (Homo sum, humani nihil a me alienum puto, sono un essere umano, nulla di ciò che è umano lo ritengo estraneo da me”[2])

Un’idea feconda di intuizioni che vorrei guidasse il percorso di questo blog è quella che sintetizzerei con l’espressione “educazione problematizzante” che prendo in prestito da Paulo Freire. Questo modello si esplica nella possibilità e nella necessità di porre domande agli oggetti del mondo. Oggetti fisici, relazioni, ma anche riflessioni e produzioni culturali. Educazione che stabilisce tra i suoi obiettivi per la formazione dell’uomo, la crescita della propria coscienza della coscienza[3]. Educazione che propone l’educazione come atto di conoscenza[4], lontana da forme di mera “deposizione” di saperi e valori in educandi ritenuti “da riempire”. Provo ad immaginare di percorrere questa strada con la curiosità un po’ ingenua dell’infante (nel senso letterale di “in-fans”, “senza parole”) e la consapevolezza dei propri limiti dell’adulto maturo.

L’educazione può tendere solo all’addomesticamento o alla liberazione: non vi è una via di mezzo. Nella “educazione per la liberazione” l’istruttore invita l’allievo a imparare, a scoprire la realtà in modo critico. Mentre l’educazione addomesticatrice cerca di consolidare la “falsa coscienza” per facilitare l’adattamento alla realtà, l’educazione per la liberazione non è semplicemente l’imposizione della libertà. Ciò avviene perché nel primo processo non vi sono soggetti che liberano e oggetti che sono liberati; non vi è dicotomia. Il primo processo è prescrittivo, il secondo è dialogico. Il primo concepisce l’educazione come un dare attivo e un ricevere passivo di idee da una persona all’altra; il secondo concepisce l’apprendimento come un processo attivo che porta all’autotrasformazione dell’ambiente di colui che apprende.[5]

Sono particolarmente affezionato alla figura di Paulo Freire poiché fu la sua “casuale” lettura ad appassionarmi definitivamente agli studi sull’educazione. Un uomo il cui sogno di cambiare il mondo attraverso l’educazione mi ha letteralmente conquistato. Un educare che si fa “accompagnare”, farsi prossimo. Un uomo, quello immaginato da Freire, che vuole essere uno studioso curioso ed appassionato del mondo, consapevole, difensore della propria libertà nella sua doppia natura di appartenente alla comunità umana e di singolo, che vuole liberarsi dall’oppressore fuori e dentro di sé nel pensare, nell’agire e nelle relazioni con l’altro da sé. Un uomo che sente necessario liberarsi da una visione sacra del sapere, che lotta in modo non-violento, con gli strumenti della coscienza, con chi del sapere ne ha determinato l’uso oppressivo al solo fine di rafforzare le divisioni sociali.

Freire negli anni ’70 del secolo scorso parla di divisione tra oppressi e oppressori. Oggi la lettura del sociologo Zygmunt Bauman ci offre, rispetto a Freire, una visione ancora peggiore della situazione descrivendo una società che non produce più nemmeno “oppressi”, ma di “scarti”.

La “sovrappopolazione” è un’invenzione degli statistici: un nome in codice che designa la comparsa di un gran numero di persone le quali, anziché contribuire al funzionamento senza intoppi dell’economia, rendono molto più difficile il raggiungimento –  per non dire l’aumento – dei parametri in base ai quali se ne misura e se ne valuta il buon funzionamento. Il numero di queste persone sembra aumentare in maniera incontrollabile, provocando la crescita incessante delle spese, ma non dei guadagni. In una società di produttori, si tratta di persone il cui lavoro non può essere utilmente impiegato […]. In una società di consumatori, queste persone sono “consumatori difettosi” […]. Il bene primario della società dei consumatori sono i consumatori; i consumatori difettosi sono il suo passivo più irritante e costoso. [6]

E ancora Bauman aggiunge, con perentoria lucidità:

La destinazione ai “rifiuti” diviene il potenziale destino di tutti: è uno dei poli fra cui oscilla la status sociale, presente e futuro, di ciascuno. [7]

Considero questi dei presupposti fondamentali. Essi mostrano a chiare lettere alcuni aspetti critici del con-vivere umano di ogni tempo e di questa contemporaneità, spesso drammatica, in cui oggi viviamo.

Rispetto a questo lavoro di ricerca nei territori dell’arte, della pedagogia, della filosofia, spero che esso possa offrire delle coordinante riguardo all’educazione con l’arte. In essa ho sperimentato personalmente, così come tanti altri prima e dopo di me, la possibilità di attuare percorsi formativi in grado di portare ognuno ad assumere uno sguardo problematizzante sul proprio passaggio nel mondo ed esser liberante, cosciente, creativo, per se stesso come per la comunità umana.

Sono obiettivi “alti” e forse un po’ “altisonanti”. Di certo non si tratta di percorsi di addestramento, di indottrinamento, ma di processi, spesso lunghi, alla base dei quali si pone la cura della relazione e il sentirsi responsabili del bene dell’altro. “I care[8] era il motto a cui si era affezionato don Lorenzo Milani, “Mi sta a cuore”, opposto al dilagare dell’indifferenza, del “Me ne frego” di triste memoria. “Nel bene di tutti c’è il mio bene[9] era solito dire don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Queste sono alcune delle coordinate di senso (o orizzonti) che muovono il mio desiderio, e ritengo importante dichiararle poiché, se credo molto nelle possibilità della pedagogia, altresì non credo in una pedagogia “neutra”, o meglio, non credo alla neutralità dell’educatore che la pedagogia, coscientemente o meno, la porta nella storia: è l’educatore che in se stesso fa dialogare e interagire la pedagogia con quel tutto storico, esistenziale, contestuale e al contempo universale di cui gli eventi educativi e le esistenze degli educandi sono ineluttabilmente parte[10]. E’ nella sua persona, anch’essa costituita di spazio e tempo, corpo e mente, affetti e cultura, che il processo educativo “fermenta”. E’ nella sua persona che, se disposto ad una relazione autentica, i valori, come i disvalori, appaiono in trasparenza, non come stigma di una, quantomai teorica, neutralità mancata, ma come cifra dell’essere totalmente “in gioco” nella relazione.

Sento, al pari di queste grandi spinte ideali, il timore di banalizzare o semplificare questi argomenti con la chiara coscienza del mio limite nell’affrontare tematiche di portata enorme dal punto di visto teoretico ed epistemologico. Vorrei poter essere esaustivo quanto basta per incuriosire, per condividere ciò che per me è una scintilla. Una scintilla che mi porta anche a ritenere necessaria una rivisitazione dell’argomento “arte” nel curricolo formativo degli educatori (ma il discorso sarebbe degno di essere ampliato e rapportato anche alle scuole di grado inferiore all’università) perchè essa possa essere sempre più annessa ai territori della pedagogia.

L’arte, riscoperta come la necessità di nutrire di stupore estetico ogni azione pedagogica tesa ad una formazione umana che possa dirsi autentica e completa, vissuta quindi come riappropiazione dei territori dell’affettività, dell’educazione sentimentale, della qualità sensibile (l’Aisthesis) del progetto e del setting pedagogico, degli scambi emozionali che caratterizzano il rapporto educativo[11], può sostenere la costituzione di un uomo contemporaneo libero, rispondente alla propria vocazione umana, freiraniamente intesa, all’essere-più” Oppure, come Freire stesso denuncia, in balia di chi “sa”, di chi postula un sapere “depositabile”, rigido, fisso, elitario, o, banalmente, di chi ostenta “cultura”, pur non possedendone, al fine di opprimere.

Il sapere esiste solo nell’invenzione, nella re-invenzione, nella ricerca inquieta, impaziente, permanente che gli uomini fanno nel mondo col mondo e con gli altri. Ricerca che è anche sostanziata di speranza[12]

La dimensione dell’arte, declinata in tutti le sue innumerevoli forme e possibilità e considerata nel quadro ancora più ampio di ciò che umanamente diviene “cultura”, rappresenta una di queste materie intrise di problematicità, coscienza e di possibilità.

La cultura non è un lusso, è ciò che ci fa umani.[13]

afferma Carlo Delfrati in un suo intervento, nel quale, poco più avanti, a sua volta, cita lo storico e critico Arnold Hauser:

L’arte ha qualcosa da dire solo a colui che le pone delle domande, è muta per chi non sa parlare.[14]

Per questo, a mio parere, è importante formarsi all’arte, ma con l’arte. Praticandone i prodotti. Sperimentandone le molteplici forme. Per la possibilità insita in essa, e di essa peculiare, di allenare le sensibilità, in senso percettivo, ma soprattutto affettivo. La formazione attraverso la dimensione estetica può avere importanti i risvolti in termini di maturazione umana:

E’ grazie all’incremento delle competenze simbolico-metaforiche, quando i linguaggi non spiegano o descrivono realtà o pensieri, ma alludono ad essi, sfiorano e corteggiano le cose attraverso processi di “comprensione” e “interpretazione”, che si crea e si elabora il “pensiero figurale”. Grazie alle figure elaborate in forma simbolica si incontra e si crea la conoscenza personale, si scopre di essere nel mondo e si determina il proprio modo di esserci, di padroneggiare memoria e racconto, conoscenza e identità, attraverso metafore e figure che generano nuove conoscenze e figure.[15]

Insomma l’arte può contenere in se un potenziale educativo e questo potenziale può essere rivolto al cambiamento non solo della persona singola, ma di un’intera comunità. In questo senso, ciò che appare un disegno culturale diviene allo stesso tempo un impegno “politico”, nel senso originario del termine, cioè a servizio della polis, della città, della convivenza tra le persone.

Insomma, ritengo che la “posta in gioco” sia alta.

L’idea da cui parto nell’elaborare questi pensieri è dunque che proprio questa complessità possa essere l’argomento cardine su cui fondare la mia intenzione di dimostrare quanto sia importante una riflessione che dall’arte parta per poi farsi racconto vivo delle tante modalità di attuarla. Spero di riuscire a farlo con la prudenza di chi sa di muovere i propri passi su di un territorio vasto, irto di pericoli e suggestioni, dove si incrociano sentieri appena accennati aperti da chi ricerca con umiltà e rigore, e le autostrade dei luoghi comuni usati talvolta per attrarre gli ingenui e portarli verso gli sfavillanti mercati che anche dell’arte si sono fatti.

NOTE:

[1] Fabbri, Maurizio, La competenza pedagogica. Il lavoro educativo tra paradosso e intenzionalità, CLUEB, Bologna, 1996, pagg. da 35 a 38

[2] Publio Terenzio Afro, nella commedia Heautontimorumenos

[3]Freire, Paulo, La pedagogia degli oppressi, 2005, Edizioni Gruppo Abele, Torino, pag. 68

[4]Freire, Paulo, op. cit., pag. 68

[5]Freire, Paulo, op. cit.

[6]Bauman, Zygmunt, Vite di scarto, Editori Laterza, Roma-Bari, 2007, pag. 51

[7]Bauman, Zygmunt, op. cit. 2007, pag. 89

[8] Galeotti, Carlo, Don Lorenzo Milani. L’obbedienza non è più una virtù e gli altri scritti pubblici, Nuovi Equilibri, Viterbo, 2004, pag. 37

[9] Il testo preciso, documentato è questo: “Il bene individuale è contenuto solamente nel bene di tutti.” Benzi, Oreste, dagli atti del convegno La società del gratuito: ripartire dagli ultimi, davvero!, Rimini, settembre 1994, pag. 8

[10] Dallari, Marco, La dimensione estetica della paideia. Fenomenologia, arte, narratività, 2008, Edizioni Erikson, Trento

[11] Dallari, Marco, 2008, op. cit., pag. 9

[12]Freire, Paulo, op. cit., pag. 58

[13]Delfrati, Carlo, Musica e educazione estetica, in Alessandra, Anceschi (a cura di), Musica e educazione estetica. Il ruolo delle arti nei contesti educativi, EDT, Torino, 2009, pag.16

[14]Hauser, Arnold, Le teorie dell’arte, Einaudi Editore, Torino, 1969 cit. in Alessandra, Anceschi (a cura di), Musica e educazione estetica. Il ruolo delle arti nei contesti educativi, EDT, Torino, 2009, pag.16

[15]Dallari, Marco, Educazione musicale e costruzione delle identità, in Alessandra Anceschi (a cura di), Musica e educazione estetica. Il ruolo delle arti nei contesti educativi, EDT, Torino, 2009, pag.21

2 Comments on “L’arte e la pedagogia. Percorsi, vissuti, incontri

  1. Caro Davide,
    ho letto le tue parole per “caso”, curiosità.. e mai pensavo ciò che poteva succedere: in me questa sera hai fatto ri(-)scattare la scintilla che era scattata un giorno di lavoro in cooperativa Papa Giovanni. Intanto grazie per questa sera, e per il tuo incontro. Buon cammino! Un abbraccio a te e alla tua famiglia!

    • Ciao Michele,mi fa molto piacere ciò che mi hai scritto. Grazie! E spero ci possa essere l’occasione di rincontrarsi presto.

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