L’inizio di una ricerca tra musica, educazione e fenomenologia

projeto-mourrinho4“…dovevo andare a visitare una specie di plastico che cinque anni prima, per gioco, gli abitanti avevano cominciato a costruire in cima al monte, cioè una favela in miniatura, fatta con mattoncini e con qualsiasi tipo di materiale raccattato qua e là. […] L’opera di questi ragazzi era stata scoperta da un critico d’arte il quale poi li ha invitati alla Biennale di Venezia perchè allestissero là la loro piccola favela. Dunque i ragazzi del Morrinho trascorsero due tre mesi (credo di ricordare) a Venezia. […] A un certo punto il ragazzo mi guarda e mi dice: “Per me tutto è iniziato a quindici anni come un gioco[…]. Ora arriva questo che mi dicono essere un signore importante e ci spiega che è Arte. Boh. Io so solo che, se comincio a pensare che è Arte, non mi diverto più, dunque continuo a pensare che sto facendo un gioco”  (Stefano Bollani, Parliamo di musica, 2012, Mondadori Editore, Milano, pag.114)


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Stefano Bollani è un musicista di fama mondiale. Lo si può annoverare, a ragion veduta, tra gli artisti più eclettici che il nostro paese ha la fortuna di aver formato. In un suo recente libro racconta di questa esperienza durante la quale conobbe i giovani abitanti di una favela brasiliana della periferia di Rio de Janeiro. Il ministero della cultura brasiliano, in collaborazione con enti italiani come “Umbria Jazz”, lo aveva invitato a tenere un concerto in questa location di certo molto particolare. Ancor più “speciali” però si dimostrarono alcuni giovani che ebbero, nel corso della loro non facile esistenza, un contatto con alcuni cineasti locali che segnò un momento di svolta nelle loro esistenze. Il Morrinho (trad.: “piccola collina”), da gioco inventato dai più giovani, azzardo che potesse essere un passatempo messo in atto per sublimare quella realtà durissima fatta di quotidiana violenza, viene elevata al rango di opera d’arte contemporanea fino a diventare un progetto molto articolato (Projeto Morrinho): “tourism at Morrinho”, “TV Morrinho”, “Expo Morrinho” e “Morrinho Social”. La conclusione del giovane riportata nella citazione rende tutto questo un incontro antropologicamente interessante, di quelli che ricordano le problematiche della ricerca etnologica, con tutto il carico di dubbi a riguardo delle reciproche interpretazioni sui comportamenti di osservatori ed osservati.

Al di là di questi aspetti ci sono però almeno tre temi interessanti per quanto riguarda i contenuti di questo blog: il tema dell’ “arte”, il tema del “gioco”, il tema “sociale”. La proiezione nella favela di questi temi li ha in qualche modo de-mitizzati, poiché ognuno di essi “guarda” all’altro e si chiede quale è più legittimato a dare il proprio nome a quel manufatto: il Morrinho è un opera d’arte, un gioco o un progetto sociale?

Evidentemente la risposta di chi osserva dall’esterno può tendere a una mediazione. Il suo particolare punto di osservazione può farle convivere tutte assieme. C’è la possibilità che tutte e tre queste componenti, arte, gioco e sociale, possano contaminarsi e scoprirsi interdipendenti, non escludenti, né disgiunti. L’arte esiste grazie alla capacità di stupire del gioco e diventa veicolo di riscatto sociale grazie al fatto che permette di porre “in relazione”, di essere linguaggio che mette in comunicazione mondi diversi e diversamente non-comunicanti. Il gioco non si pensa “arte”, ma nel momento in cui diviene azione condivisa si fa “serio”. Diventa un evento in grado di sollecitare le sensibilità e suscitare emozioni, comunicare in un modo tale che nessuna spiegazione verbale sarebbe in grado di essere così chiara ed esaustiva. L’ambito, per così dire,sociale” trova nella creatività, nell’oggetto d’arte, quell’impulso che fa dell’“inutile”, del gioco, addirittura, come in questo caso, dello “scarto” (cosa o persona che sia) qualcosa di nuovo, qualcosa che ha in se i presupposti del riscatto, di una rinascita, di una rottura con un passato segnato da ruoli immobili e stabiliti: in questa situazione tale ruolo è rappresentato dall’abitante della favela che, comunemente, viene ritenuto un delinquente, uno spacciatore e un tossico, la cui vita non vale niente.

Parto da queste considerazioni per agganciare alla realtà argomenti enormemente vasti e sui quali si sono elaborate già fiumi di teorie. Quando si fece strada in me l’idea di un percorso conoscitivo per la mia tesi di laurea su questi argomenti, se la prima reazione fu di grande euforia, ma immediatamente dopo mi colse un sostanziale scoraggiamento quando mi resi conto di quale vastità di saperi mi si parava davanti. In questo mio blog tento di affrontare e connettere tra loro argomenti come l’arte, la musica, la pedagogia, le tecnologie, la filosofia, la dimensione del lavoro sociale e, vorrei, tanto altro.

Sento di dover vigilare su due tipologie di rischi (intellettuali): da un lato il rischio di un difetto dovuto alla miopia, che sfochi cioè quello che risulta lontano tanto da favorire solo la visione delle cose vicine, che possa quindi farmi confondere un frammento della realtà con il tutto facendomi così perdere di vista la “vastità del cielo”; l’altro potrebbe essere un difetto dovuto alla presbiopia di presbiopia che non mi permetta di vedere ciò che è prossimo per perdermi solo nel “generale”, tanto da diventare generico. La difficoltà è quella rappresentata dall’ormai famosa immagine di chi non sa se guardare al proprio dito o alla luna che gli sta dietro. Specificità verso genericità.

Consapevole di ciò, tento di affrontare questo percorso a partire da quello che nel tempo ha costituito la mia storia personale per approdare ad alcune idee che legano assieme interessi solo apparentemente distanti tra loro.

RISORSE CITATE

Bollani, Stefano, Parliamo di musica, 2012, Mondadori Editore, Milano, pag.114

Projeto Morrinho: Un juego para escapar de la muerte y la violencia

http://en.wikipedia.org/wiki/Project_Morrinho

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